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L'ARTE SALVERA' LA MODA

28/02/2005

L'ARTE SALVERA' LA MODA

Mff Fashion, l'inserto moda del quotidiano finanziario MF,Class Editori, nel numero di sabato 28 febbraio, ha chiesto a Flavio Lucchini, quale osservatore privilegiato di quel mondo che ha contribuito a creare e di cui ora é testimone attraverso le sue opere ispirate all'abito femminile, quali sono i destini del made in Italy, delle pubblicazioni specializzate, della creatività italica.
L'intervista, a firma di Gianmarco Ansaloni, che occupa una intera pagina del quotidiano, é una occasione per uno sguardo al passato e al vissuto di Flavio Lucchini art director e fashion-maker, e al suo presente di artista. Con una non scontata conclusione: al di là della moda di massa, della moda markettizzata, della moda clonata e globalizzata, toccherà all'arte salvare la moda. L'intervista di Mff é riportata integralmente qui


Personaggi
Lucchini, l'arte salverà la moda

Per l'art director-scultore, il periodo eroico del fashion è finito. Il vestito non è più simbolo di conquista sociale ma di scelta. L'editoria di settore è in crisi perché non vuole rischiare. Di Gian Marco Ansaloni
Impara la moda e mettila da parte. È l'inusuale percorso di Flavio Lucchini, uno dei protagonisti della stampa fashion italiana, padre di testate come Amica, Vogue, L'uomo Vogue e fondatore di Edimoda, casa editrice per pubblicazioni di alto target come Donna, Mondo Uomo, Moda. Poi la svolta, fatto abbastanza unico nel settore, perlomeno italiano. Lucchini molla tutto e si dedica alla sua passione di sempre, l'arte, che coltiva nel suo studio milanese di via Tortona all'interno del Superstudio Più. Dal suo osservatorio esterno privilegiato MMF gli ha chiesto come è cambiato e come cambierà il mondo editoriale fashion, tra lanci di nuove riviste e chiusure ex abrupto di testate storiche.

Quando è nata una vera e propria stampa in Italia?
"Credo che il vero cambiamento sia avvenuto nella seconda metà degli anni 60 quando già c'erano i Beatles,i Rolling Stones e Londra era già swinging. Da noi l'immagine di moda era molto antica. In passerella alle sfilate c'erano impiegati iscritti al sindacato che facevano gli indossatori. Sfilavano ancora con cappello e bastone in mano. Nel 60 fui incaricato al Corriere della Sera del lancio di Amica come Art director. Mi volevano anche tenere come giornalista ma io ero interessato solo a vendere il progetto, non volevo fare il redattore. Guadagnavo 65 mila lire la mese, e me ne offrirono 650 mila per rimanere. Ero l'art director più pagato in Italia. Ho imparato più in tre anni al Corriere della Sera che in dieci come insegnante di ruolo"
Poi ha lanciato Vogue in italia…
"Dopo Amica, fui contattato da Condè Nast per sistemare Novità, una testata che non andava bene. Occorreva dare una fisionomia precisa al giornale, che invece era molto vago, fatto da mogli di architetti che insegnavano come apparecchiare la tavola. Convinsi la Conde nast a trasformare Novità in Vogue Italia. Facemmo le prime fotografie con GianPaolo Barberi e Consuelo Crespi. Lì stava nascendo la moda. "

In che senso?
"Cominciammo a parlare della moda in modo gerarchico, fare capire che c'erano stilisti più importanti e altri no, creare un interesse fornendo della graduatorie. Il tutto per venire incontro alle esigenze del gusto emergente perché i giovani non volevano vestirsi come i padri. Io, per L'Uomo Vogue, prendevo ragazzi di strada al posto degli indossatori, una scelta abbastanza audace per l'epoca. Nel '67 abbiamo avuto una rivolta dei negozi perché non pubblicavamomai cravatte. Una volta andai a colazione con i produttori di cravatte che mi dissero che sarebbero stati molto felici se avessi messo una cravatta in copertina altrimenti avrebbero perso mercato."

Che ruolo ha la moda oggi?
"Il periodo eroico della moda è finito. Anche l'impiegato può vestirsi di moda, non è più un fatto elitario, è finita l'epoca in cui vestire casual era sinonimo di contestazione. La società non ha più bisogno di vestirsi per contestare. Il vestito non è più simbolo di conquista sociale ma è una scelta sociale."

E come vede l'attuale situazione stampa di moda?

"Diverse testate sono in difficoltà perché vogliono essere portavoci della massa. Non si può essere un giornale propositivo e rispondere alle esigenze di un vasto pubblico. L'editoria di moda è in ritardo, ha paura, non vuole più rischiare, mentre bisognerebbe avere più coraggio. Una volta avevo messo in copertina sull'Uomo Vogue la testa di un nero dei Black Panthers e a New York non volevano nemmeno esporre la rivista in edicola. Forse oggi il più coraggioso è Vogue."

Come ha reagito alla notizia della chiusura da parte di Hachette - Rusconi di Donna. Testata da lei creata nel 1980?
"Mi ha fatto molta tristezza, un po' per come vengono fatti oggi i giornali. Che, non avendo più la barriera della contestazione, devono offrire qualcosa di più, di diverso. E invece si sono limitati ad essere diversi ma in funzione commerciale. Manca il sogno. Un po' come nella politica."

Quindi in che direzione dovrebbe cambiare la stampa di moda?
"Oggi la moda si è adagiata su bellezze omologate. Vittime di questo andazzo sono i fotografi e gli indossatori. Bisognerebbe trovare delle persone vere e proporle in maniera inconsuerta. All'inizio con Ugo Mulas ho fotografato Giangiacomo Feltrinelli, Mario Ceroli ed Ettore Sottsass in pelliccia. Una situazione interessante è quella di Condè Nast di oggi che si è rifugiata nel mondo dell'arte. Che era quello a cui avevo pensato anche io quando ho mollato Edimoda e contattai Electa per realizzare un bimestrale, che avrebbe dovuto chiamarsi Art-Fashion, convinto che la moda potesse essere salvata dall'arte."

Perché l'arte potrebbe aiutare la moda?
"Per il suo contenuto di innovazione. L'arte è un plus che nobilita la moda. Chi porta un abito che ha il profumo dell'arte, ha addosso qualcosa di diverso da tutto il resto. Il successo di Prada è anche questo. Patrizio Berteli e Miuccia Prada hanno fatto una fondazione per promuovere l'arte e negozi come quello di Prada a NY-Soho sono prima di tutto opere d'arte. Bisogna tornare a far sentire che la moda crea un sogno, da a possibilità di ritagliare un momento di sogno nella quotidianità. In questo credo che uno dei massimi fotografi sia Steven Meisel. È un osservatore molto acuto, che coglie gli aspetti della vita di oggi in maniera unica. Ricordo un suo servizio che ritraeva una donna in cucina ma in procinto di uscire e quindi vestita da gran sera."

Pensa di ritornare nel mondo della moda?
"No, non mi sento un militante della moda. E poi perché ho avuto la fortuna di vivere il momento eroico della moda che oggi non c'è più. È come il barocco rispetto al rococò. Oggi i giovani hanno stimoli molteplici, non solo la moda. Anche per questo io ho deciso di appartarmi, perché mi sono reso conto che non sarei stato adeguato a captare i desideri e i gusti dei giovani. Questo mondo deve essere portato avanti dai giovani che hanno sogni, illusioni, desideri. È importante essere giovani, perché riversi nel tuo lavoro la curiosità, l'entusiasmo di scoprire cose nuove. Dovrei ritornare ad avere 30/40 anni. "
Quali sono state le persone più interessanti che ha conosciuto?
"Direi Alexander Lieberman, direttore editoriale di Condé Nast. Se avessi imparato bene l'inglese forse sarei finito a New York. Ma anche tanti altri. Per esempio, quando Yves Saint Laurent lanciò l'uomo facemmo un servizio con Oliviero Toscani, Gisella Borioli e Clara Saint con Saint Laurent come modello. Lui, mettendosi a posto il papillon, mi disse: "Flavio, ça va comme ça?", una frase che rifletteva l'ingenuità e la freschezza dei giovani. Giorgio Armani, che allora lavorava alla Hitman di Cerruti, mi accusava di essere plagiato da Saint Laurent."

Perché la scelta di rifugiarsi nell'arte?
"Finito il periodo eroico della moda, non potendo crearmi una equipe tutta mia e avendo intuito le connessioni con l'arte, potevo permettermi di fare quello che volevo. Ho capito che la moda non è una cosa stupida, solo un pretesto per far soldi, un mezzo per far diventare vanesio un uomo o una donna. Non è solo erotismo. La moda permette all'uomo di non essere un animale. Attraverso il vestito una donna acquista qualcosa di divino, di non materiale. Da sempre la natura umana ha desiderato assomigliare a Dio e una donna in abito da sera si sente una dea, non pensa al mal di pancia o al dolore dei piedi. Con le mie sculture ho cercato di isolare il vestito dalla donna, il vestito come oggetto di design, ricerca, come rappresentazione di un sogno."



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